| NOTE DI REDAZIONE |
   

back

english version

L'architettura magiara.
Ponte tra tradizione e modernità
nell'Europa centrale

di Andrea Nerozzi

 

 

 



1.Platea


2.Pianta


3.Palcoscenico


4.Prospetti e Sezione


5.Vista aerea dell'insieme

'Stephaneum' - Campus di Piliscsaba -di Imre Makovecz,

Contrariamente agli altri paesi del Centro Europa, l'architettura ungherese mantiene ancora in vita un legame fortissimo con la tradizione, e lo fa attraverso le due correnti a volte unite e contrapposte e a volte politiche e politicizzate del movimento guidato da György Csete e Imre Makovecz. Ancora oggi nella produzione di quest'ultimo è percettibile un linguaggio architettonico originale e perverso, che pur coperto da innumerevoli critiche trasmette a chiunque grandi emozioni. Questo movimento organico ungherese fondato su chiari riferimenti nazionali e religiosi, e solo apparentemente vecchio e rimpastato, trae origini dalle forme dell' Uj Magyar Stilus di Ödön Lechner e dalla ricerca teorica e pratica di Károly Kòs di inizio Novecento.
Oggi è interessante notare come a cent'anni dalla realizzazione del Takarèkpènztar di Lechner, manifesto della magiarizzazione culturale, sorge a circa trenta chilometri a nord di Budapest, nella prima periferia della cittadina di Piliscsaba, il complesso edilizio dell'Università Cattolica di Peter Pazmany ad opera del collettivo guidato da Makovecz. Il campus, realizzato all'interno dell'area di una ex caserma militare sovietica abbandonata alla fine degli anni ottanta, dal 1995 ad oggi ha conosciuto uno sviluppo costruttivo graduale. L'ultimo edificio realizzato, forse il più importante, é lo "Stephaneum" di Imre Makovecz. Planitricamente la forma dell'edificio é simile ad un ragno, al corpo centrale si attacca un altro elemento circolare rivolto verso l'esterno: la testa. La prima coppia di gambe chiude il fronte come a difesa di tutto quello che sta dietro. La seconda coppia, che si conclude con due campanili, delimita una piazza tagliata longitudinalmente da un percorso pedonale ritmato da colonne che sorreggono statue di eroi nazionali. Interessante é il movimento obliquo dei due corpi cilindrici centrali e delle due rispettive cupole che attraverso il loro cimborio sembrano incontrarsi in un epoca fatta di kataklizma kulturàlis

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
     


6.Schizzo dell'autore


7.Pianta dell'insieme


8.Plastico dell'insieme


9.Prospetti


10.Porcelanium con la piccola piazza di fronte ad esso


11. Particolare del tetto e degli spigoli decorati


12.Fronte con in spigolo le aquile decorative


13.Dettaglio di facciata

Sede Commerciale della 'Herend Porcellane' di Gabor Turànyi,

Se per certi aspetti il movimento organico ungherese prende spunto dalle gesta di Kòs e dalle forme presenti nella perduta e amata terra di Transilvania, esiste una considerevole schiera di architetti legata allo spirito modernista degli anni venti e trenta. In quell'ambiente ricco e competitivo che ha visto crescere e formarsi figure come Molnar Farkas, Moholy Nagy, Laszlo e Marcel Breur, protagonisti del Bauhaus di Dessau ed altri operanti in particolar modo sul territorio nazionale, come József Fischer, Gyula Wálder, Bèla Rerrick e György Denes, si inserisce in punta di piedi Iván Kotsis (1889-1980). Questi attraverso la sua attività professionale e didattica durata oltre settanta anni riesce in un certo senso a superare indenne gli anni della seconda guerra mondiale e il periodo più cupo del "socialismo reale" trasmettendo negli anni successivi ai suoi allievi le conoscenze dell'architettura moderna ungherese. E' da questa costola che nascono le interessanti figure di Tamas Nagy e Gabor Turànyi.
Il 1989 è l'anno in cui parte la corsa di privati per aggiudicarsi le aziende statali messe all'asta e inizia la fase di ristrutturazione del sistema produttivo che ha portato anche al rinnovo delle sue sedi più importanti.
Il 1989 può perciò considerarsi l'anno del decollo per molti professionisti che prima facevano parte di cooperative statali.
A Herend, dopo un concorso ad inviti, è aggiudicato a Gàbor Turànyi il progetto della sede culturale e commerciale della "Herend Porcellane", la fabbrica di porcellane più famosa dell'Ungheria. Il complesso sorge su un piano leggermente più alto della strada e a ridosso del paese collegandosi ad esso attraverso una piazza circondata su tre lati dal colonnato dell'edificio. Uno dei punti fermi dell'architetto budapestino é stato quello di recuperare l'edificio simbolo della fabbrica: l'antico forno, ed attraverso un adattamento degli spazi l'architetto vi ha creato il museo delle porcellane. Spostandosi più ad ovest, camminando sotto il portico, si arriva nel punto centrale dove, al piano terra, sono stati collocati un bar ed un ristorante per accogliere i visitatori ed al piano superiore, la zona uffici. Sull'ultimo lato l'architetto enfatizza uno spazio dagli ampi volumi. Il centro di Herend e la "Sede nazionale d'informazione forestale" del parco di Pilis, sono forse le opere meglio riuscite nel momento di svolta estetico degli anni novanta: le facciate di Turànyi sono caratterizzate dall'abbinamento del mattone e del legno ad una cortina di pietra posata a secco. Non mancano tuttavia elementi decorativi come le due coppie di aquile di terracotta poste agli angoli dei due avancorpi che delimitano la piazza ed innalzano qualitativamente il tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
     


14.Pianta e Prospetto


15.Struttura della cupola    vista dal basso


16.Vista della chiesa dal    fronte sud


Chiesa Evangelica di Balatonboglàr di Tamàs Nagy

A Balatonboglàr, nella realizzazione della Chiesa Evangelica, Tamàs Nagy ripropone a sua volta il tema del recinto, come luogo di aggregazione e di preghiera. In Nagy si nota il gusto per la massa muraria, il modo di trattare i volumi e di esibire immense cortine in pietra, scandite da una ritmica alternanza di pieni e vuoti sapientemente calibrata. Tuttavia la scelta dei volumi stondati è simile a quella fatta per la chiesa di Dunaùjvàros, dove cilindri e cuspidi si amalgamano all'insieme. L'aula della chiesa ed il presbiterio sono ricavate all'interno di una struttura in c.a. a forma elittica, sopra alla quale appoggia una cupula a sesto ribassato costruita in legno lamellare. La torre campanaria tangente e in asse al corpo principale ha inoltre la funzione di pronao d'ingresso. Negli spazi risultati dall'intersezione del recinto con la chiesa l'architetto pone la capella feriale e la sacrestia. Certamente nella planimetria è chiaro ed inconfondibile il segno di Nagy che dal 1992 ad oggi ha realizzato ben quattro chiese, un po' come fece Baumbarn Lipot sul finire dell'Ottocento che costruì prevalentemente luoghi di preghiera.