
1.Platea

2.Pianta

3.Palcoscenico

4.Prospetti e Sezione

5.Vista aerea dell'insieme
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'Stephaneum' - Campus di Piliscsaba -di
Imre Makovecz,
Contrariamente agli altri paesi del Centro
Europa, l'architettura ungherese mantiene ancora in vita un legame fortissimo
con la tradizione, e lo fa attraverso le due correnti a volte unite e
contrapposte e a volte politiche e politicizzate del movimento guidato
da György Csete e Imre Makovecz. Ancora oggi nella produzione di
quest'ultimo è percettibile un linguaggio architettonico originale
e perverso, che pur coperto da innumerevoli critiche trasmette a chiunque
grandi emozioni. Questo movimento organico ungherese fondato su chiari
riferimenti nazionali e religiosi, e solo apparentemente vecchio e rimpastato,
trae origini dalle forme dell' Uj Magyar Stilus di Ödön Lechner
e dalla ricerca teorica e pratica di Károly Kòs di inizio
Novecento.
Oggi è interessante notare come a cent'anni dalla realizzazione
del Takarèkpènztar di Lechner, manifesto della magiarizzazione
culturale, sorge a circa trenta chilometri a nord di Budapest, nella prima
periferia della cittadina di Piliscsaba, il complesso edilizio dell'Università
Cattolica di Peter Pazmany ad opera del collettivo guidato da Makovecz.
Il campus, realizzato all'interno dell'area di una ex caserma militare
sovietica abbandonata alla fine degli anni ottanta, dal 1995 ad oggi ha
conosciuto uno sviluppo costruttivo graduale. L'ultimo edificio realizzato,
forse il più importante, é lo "Stephaneum" di
Imre Makovecz. Planitricamente la forma dell'edificio é simile
ad un ragno, al corpo centrale si attacca un altro elemento circolare
rivolto verso l'esterno: la testa. La prima coppia di gambe chiude il
fronte come a difesa di tutto quello che sta dietro. La seconda coppia,
che si conclude con due campanili, delimita una piazza tagliata longitudinalmente
da un percorso pedonale ritmato da colonne che sorreggono statue di eroi
nazionali. Interessante é il movimento obliquo dei due corpi cilindrici
centrali e delle due rispettive cupole che attraverso il loro cimborio
sembrano incontrarsi in un epoca fatta di kataklizma kulturàlis
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6.Schizzo dell'autore

7.Pianta dell'insieme

8.Plastico dell'insieme

9.Prospetti

10.Porcelanium con la piccola piazza di fronte ad esso

11. Particolare del tetto e degli spigoli decorati

12.Fronte con in spigolo le aquile decorative

13.Dettaglio di facciata
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Sede Commerciale della 'Herend Porcellane'
di Gabor Turànyi,
Se per certi aspetti il movimento organico ungherese
prende spunto dalle gesta di Kòs e dalle forme presenti nella perduta
e amata terra di Transilvania, esiste una considerevole schiera di architetti
legata allo spirito modernista degli anni venti e trenta. In quell'ambiente
ricco e competitivo che ha visto crescere e formarsi figure come Molnar
Farkas, Moholy Nagy, Laszlo e Marcel Breur, protagonisti del Bauhaus di
Dessau ed altri operanti in particolar modo sul territorio nazionale,
come József Fischer, Gyula Wálder, Bèla Rerrick e
György Denes, si inserisce in punta di piedi Iván Kotsis (1889-1980).
Questi attraverso la sua attività professionale e didattica durata
oltre settanta anni riesce in un certo senso a superare indenne gli anni
della seconda guerra mondiale e il periodo più cupo del "socialismo
reale" trasmettendo negli anni successivi ai suoi allievi le conoscenze
dell'architettura moderna ungherese. E' da questa costola che nascono
le interessanti figure di Tamas Nagy e Gabor Turànyi.
Il 1989 è l'anno in cui parte la corsa di privati per aggiudicarsi
le aziende statali messe all'asta e inizia la fase di ristrutturazione
del sistema produttivo che ha portato anche al rinnovo delle sue sedi
più importanti.
Il 1989 può perciò considerarsi l'anno del decollo per molti
professionisti che prima facevano parte di cooperative statali.
A Herend, dopo un concorso ad inviti, è aggiudicato a Gàbor
Turànyi il progetto della sede culturale e commerciale della "Herend
Porcellane", la fabbrica di porcellane più famosa dell'Ungheria.
Il complesso sorge su un piano leggermente più alto della strada
e a ridosso del paese collegandosi ad esso attraverso una piazza circondata
su tre lati dal colonnato dell'edificio. Uno dei punti fermi dell'architetto
budapestino é stato quello di recuperare l'edificio simbolo della
fabbrica: l'antico forno, ed attraverso un adattamento degli spazi l'architetto
vi ha creato il museo delle porcellane. Spostandosi più ad ovest,
camminando sotto il portico, si arriva nel punto centrale dove, al piano
terra, sono stati collocati un bar ed un ristorante per accogliere i visitatori
ed al piano superiore, la zona uffici. Sull'ultimo lato l'architetto enfatizza
uno spazio dagli ampi volumi. Il centro di Herend e la "Sede nazionale
d'informazione forestale" del parco di Pilis, sono forse le opere
meglio riuscite nel momento di svolta estetico degli anni novanta: le
facciate di Turànyi sono caratterizzate dall'abbinamento del mattone
e del legno ad una cortina di pietra posata a secco. Non mancano tuttavia
elementi decorativi come le due coppie di aquile di terracotta poste agli
angoli dei due avancorpi che delimitano la piazza ed innalzano qualitativamente
il tutto.
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14.Pianta e Prospetto

15.Struttura della cupola vista
dal basso

16.Vista della chiesa dal fronte
sud
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Chiesa Evangelica di Balatonboglàr di Tamàs Nagy
A Balatonboglàr, nella realizzazione della Chiesa Evangelica,
Tamàs Nagy ripropone a sua volta il tema del recinto, come luogo
di aggregazione e di preghiera. In Nagy si nota il gusto per la massa
muraria, il modo di trattare i volumi e di esibire immense cortine in
pietra, scandite da una ritmica alternanza di pieni e vuoti sapientemente
calibrata. Tuttavia la scelta dei volumi stondati è simile a quella
fatta per la chiesa di Dunaùjvàros, dove cilindri e cuspidi
si amalgamano all'insieme. L'aula della chiesa ed il presbiterio sono
ricavate all'interno di una struttura in c.a. a forma elittica, sopra
alla quale appoggia una cupula a sesto ribassato costruita in legno lamellare.
La torre campanaria tangente e in asse al corpo principale ha inoltre
la funzione di pronao d'ingresso. Negli spazi risultati dall'intersezione
del recinto con la chiesa l'architetto pone la capella feriale e la sacrestia.
Certamente nella planimetria è chiaro ed inconfondibile il segno
di Nagy che dal 1992 ad oggi ha realizzato ben quattro chiese, un po'
come fece Baumbarn Lipot sul finire dell'Ottocento che costruì
prevalentemente luoghi di preghiera.
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