Mosca:
la città vecchia ha le ore contate
di Marcello Foa
Incapucciati, tristi e umiliati come ostaggi per
i quali nessuno chiederà mai il riscatto. Il loro destino è
segnato. Sono gli edifici storici di Mosca. Il boia, nella Mosca del
sindaco Luzhkov, ha le sembianze di una ruspa gigantesca e inesorabile.
In sei ore, massimo dodici, porta a termine il lavoro. Entro sei mesi,
un anno sulle macerie delle case antiche sorgono palazzoni moderni di
una decina di piani raramente di pregio architettonico, quasi sempre
kitsch.
Il problema è serio, tanto più in una città che
sembra non trovare pace. Delle case in legno che caratterizzavano Mosca
fino a metà dell'Ottocento non c'è più traccia,
distrutte dagli incendi. Al loro posto dal 1870 al 1914, nasce quella
che oggi viene considerata la Mosca storica: edifici a due-tre piani,
dalle ampie facciate rallegrate dai colori pastello - azzurrino, beige,
giallo chiaro - che specialmente d'inverno danno alla città un
aspetto gioioso e di degno contorno alla maestosità del Cremlino.
Certo, Mosca nemmeno a quei tempi ha il fascino di San Pietroburgo -
all'epoca capitale imperiale zarista - ma è indubbio che a inizio
secolo è una bella città.
Poi, nel 1918 Lenin la rende capitale. E con gli onori inizia la distruzione.
Alla fine degli anni Venti Stalin fa abbattere migliaia di case che
vengono sostituite da monumentali e plumbei edifici progettati da sottomessi
architetti bolscevichi su diretta e insindacabile ispirazione del dittattore
georgiano. Poi sale al potere Krusciov, al quale si deve la nascita
di uno dei quartieri più brutti del centro di Mosca, la Nuova
Arbat, dove sorgono grattacieli a squallida imitazione di quelli americani
degli anni Sessanta, e la presenza, oscena, dell'hotel Rossia ai margini
della Piazza Rossa. Infine tocca a Brezhnev, che costruisce anonimi
e giganteschi palazzi.
Quando Gorbaciov s'insedia al Cremlino, Mosca è una città
violentata, dove solo alcune zone, e poche strade mantengono intatto
il fascino della Mosca di fine Ottocento. In clima di perestroika e
di glasnost lo scempio si ferma. Poi arriva al potere Eltsin, il denaro
comincia a circolare, la speranza rinasce.
Ai moscoviti piace un funzionario sconosciuto, piccolo, pelato e con
atteggiamenti duceschi, ma dinamico e intraprendente, che dice di avere
a cuore il popolo, deciso a rifare grande la città. E all'inizio
sembra riuscirci. Il sindaco Luzhkov dà lustro alla capitale:
Eltsin apre la via ristrutturando il Cremlino, Luzhkov continua valorizzando
le magnifiche chiese ortodosse sopravvissute alla furia iconoclasta
dei bolscevichi. Nel 1997 il mondo celebra gli 850 anni di Mosca. Copertine
su Time, Newsweek, servizi televisivi. Piovono gli elogi per la rinascita
della città. La missione sembra compiuta. In realtà, il
successo rende superbo Luzhkov, il quale inizia a coltivare un sogno:
quello di lasciare un segno tangibile del suo operato. Ci sono state
l'architettura staliniana e quella brezhneviana, perchè non deve
essercene una "luzhkoviana"? si chiede il sindaco. Anche perchè
l'operazione presenta non trascurabili vantaggi economici: oltre che
per la gloria, Luzhkov lavora per il proprio benessere o perlomeno di
quello del suo strano clan di fedelissimi costituito da faccendieri
e ambigui imprenditori.
La fase finale dell'era Eltsin è propizia. Gravemente malato
di cuore, Zar Boris passa più tempo in dacia o in clinica che
al Cremlino. Il governo è in mano agli oligarchi legati alla
Famiglia del presidente. E con loro Luzhkov non ha difficoltà
a trovare un compromesso: ognuno è libero di coltivare i propri
interessi.
Il padre-padrone di Mosca inizia la sua opera. Secondo una leggenda
metropolitana, Luzhkov decide quali case abbattere e quali mantenere
quando attraversa in auto la città: quelle che non gli piacciono
vengono demolite. La realtà è più articolata ma
non meno squallida. Il sindaco è furbo. Ha instaurato rapporti
eccellenti con il Patriarcato ortodosso, da lui generosamente aiutato
nel restauro delle chiese. Ha realizzato una spettacolare illuminazione
della città: di notte Mosca e davvero affascinante, romantica,
e così si è conquistato la simpatia dei moscoviti e degli
stranieri, concordi nell'affermare che "Mosca non è mai
stata bella come ora". Abbagliata - e tacitata - la gente, il sindaco
può dar via libera alle ruspe, decantando, anzi, il merito di
aver rilanciato l'economia della città, come dimostra il numero
impressionante di cantieri aperti negli ultimi due anni.
Possibile che nessuno possa fermarlo? Luzhkov può contare su
uno strumento formidabile: la legge, che permette la proprietà
privata degli appartamenti, ma non delle mura dei condomini e dei terreni
che restano pubblici; ciò gli dà un potere discrezionale
enorme. In teoria ogni opera dovrebbe essere approvata dalla commissione
edilizia, specie se si tratta di case storiche. "Ma Luzhkov se
ne infischia e fa partire i cantieri anche quando manca l'autorizzazione,
senza perizia architettonica, senza bando di concorso", commenta
sconsolato Alexej Klimenko, che della commissione fa parte. Nemmeno
Putin lo ferma, benchè abbia gli strumenti per farlo. Il governo
federale russo possiede il 35-40% degli edifici nel centro di Mosca
e dunque potrebbe opporsi, "ma siccome Mosca garantisce il 50%
del gettito fiscale di tutta la Russia - spiega il pittore Serghiei
Zagraevsky, impegnato nella lotta per la salvaguardia di Mosca - mettersi
contro Luzhkov, significa rischiare ritorsioni finanziarie che il Cremlino
non ha nè voglia nè interesse di iniziare". Dunque,
benchè Putin non ami il sindaco è giunto con lui a un
patto di tacita non belligeranza.
I politologi sono concordi nel ritenere che la tregua non durerà
e che prima o poi Putin tenterà di prendere il controllo della
capitale. Nel frattempo, però, Luzhkov ha mano libera. Come ogni
principe feudale che si rispetti, si è scelto gli artisti di
corte, tra cui il pittore Shilov a cui ha regalato una bella galleria
d'arte in un'intera palazzina (a due passi dalle mura del Cremlino)
sulla cui facciata ha fatto scolpire il profilo del volto dello stesso
Shilov. E, soprattutto, lo scultore di origine georgiana, Zeriteli,
suo consuocero, a cui si deve - oltre a numerose opere disseminate nel
centro di Mosca - la statua più brutta della capitale e, forse,
d'Europa: quella di Pietro il Grande sulla Moscova. In realtà,
se potessero, un monumento al sindaco, lo farebbero volentieri i proprietari
della società di demolizione, che in questo momento sono impegnate
come non mai. Le loro insegne campeggiano nell'isolato all'inizio della
vecchia Arbat, a Mjasnitskaja (la via storica dei commercianti), il
lungo fiume di fronte al Cremlino...
La città è disseminata di edifici di un secolo fa ricoperti
da teloni verdi, talvolta a maglia larga, che lasciano intravvedere
il volto bello e triste delle facciate, talvolta di celofan pesante,
impenetrabile alla luce, come la benda che veniva stretta intorno agli
occhi dei condannati a morte davanti al plotone. Centinaia di case sono
già state uccise. Altre decine attendono l'esecuzione. Rassegnate.
Il boia Luzhkov non concede mai la grazia.
per gentile concessione de "Il Giornale"