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L'architettura ungherese di fronte all'Europa
di Marco Biraghi


L'Ungheria ha rivestito, durante il secolo appena trascorso, un ruolo contraddittorio: geograficamente conficcata nel cuore dell'Europa (e dunque parte di quell'entità "speciale" all'interno di questa che è la Mitteleuropa) ma culturalmente confinata quasi sempre ai suoi margini, essa è stata caratterizzata - e così si sono caratterizzati i suoi migliori "prodotti" - da una centralità "eccentrica", "periferica". L'"autonoma subalternità" dell'Ungheria si lascia ben osservare dapprima nel rapporto con l'Austria, nell'ambito della Monarchia Asburgica, fino al 1918: dove la posizione ungherese è apparentemente "assecondata" rispetto a quella occupata da Vienna, ma in realtà solo per trovare, da tale condizione, propri spazi di libertà e una capacità di sviluppo che a tratti supera addirittura in termini quantitativi e qualitativi quella conseguita dall'altro "capo" dell'impero "bicipite".
E ancora, risulta ben evidente quando, lasciate alle spalle le dolorose esperienze del regime di Horthy e dell'adesione al nazismo da parte del Partito delle croci frecciate, l'Ungheria sottoscrive sì il Patto di Varsavia, ma "intagliandosi" fin quasi da subito un margine di manovra sia in campo economico che culturale, che ne farà di gran lunga il paese più "libero" e "aperto" dell'intero blocco sovietico.
Così, in campo architettonico, tutta la stagione d'inizio secolo viene vissuta dagli architetti di Budapest tra contatti e scambi con i maggiori protagonisti della vicenda secessionista viennese, ma anche attraverso una forte caratterizzazione linguistica, che mostra la piena indipendenza e identità raggiunta dalla cultura ungherese. Ödön Lechner sarà il primo architetto a elaborare uno stile compiutamente nazionale, con un grande sforzo di sintesi tra elementi di derivazione inglese, francese e - neanche troppo paradossalmente, viste le radici del ceppo magiaro - orientali. Il risultato è un'architettura fantasiosa, accesa, vistosa, soprattutto nei colori e nelle esplosioni decorative, che rammentano (pur senza discenderne direttamente) le opere di Antoni Gaudí.
Dal capostipite Lechner si dipartono due diversi indirizzi fondamentali dell'architettura ungherese: quello più legato alle forme regionali, in particolar modo transilvane, che ha in Károly Kós il suo più significativo rappresentante; e quello "moderno", che ha in Béla Lajta il suo massimo interprete. Ma se la ricerca di quest'ultimo, capace di tenere assieme - caso quasi unico nel Novecento - i due poli del "sistema" architettonico (struttura e ornamento) in un'unità duplice, in una convivenza dei distinti, non avrà altro seguito che nel filone dell'architettura più "tradizionalmente" moderna, che in Ungheria, come nel resto d'Europa, si afferma compiutamente a partire dagli anni venti, la ricerca intrapresa da Kós e dal gruppo di architetti suoi coetanei riuniti sotto il nome di Fiatalok (Giovani) finisce per dare frutti più duraturi. Trascorsa la stagione coatta del realismo socialista e quella più emancipata ma non meno misera di un International Style che costituisce semplicemente uno stanco aggiornamento di forme e materiali della stagione precedente, è nel solco di Kós che torna a porsi infatti l'architettura ungherese al principio degli anni ottanta. L'impiego, proprio del vocabolario kósiano, di forme "spontanee", legate alla tradizione folklorica magiara, di tetti con ampi spioventi, di tronchi di legno abbondantemente intagliati usati come struttura portante, ritorna imprevedibilmente nell'architettura di Imre Makovecz, a significare la rinnovata volontà ungherese di connotarsi in modo specifico all'interno della terra magna centroeuropea. E' caratteristico come questa "nostalgia delle origini", questa ricerca di radici popolari locali, si coniughi con una "sensibilità" (se non con un'estetica in senso stretto) post-modern. Ma forse ancor più interessante è notare come, negli ultimi anni, l'architettura ungherese e di Budapest in modo particolare, sia animata da figure di giovani architetti non ignari delle maniere e delle mode europee e globali (minimalismo e decostruttivismo, soprattutto), ma capaci di rileggere tali fenomeni in una versione che rimette ancora una volta l'Ungheria - con la sua storia, le sue forme, i suoi materiali - al centro del discorso architettonico.